“Vattenne” Il Coraggio di Andare Via Per Sopravvivere
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Con “Vattenne” (Vattene), Mario Petrix firma forse il suo brano più maturo e coraggioso, ribaltando completamente la narrazione dei suoi precedenti lavori. Se in “Torno Semp” raccontava l’impossibilità di lasciare andare, qui celebra la necessità e il coraggio di andarsene, di voltare le spalle a situazioni, luoghi e persone che ci distruggono. È un brano sulla liberazione, sulla scelta difficile ma necessaria di salvare se stessi.
Il Titolo: L’Imperativo della Liberazione
“Vattenne” è un imperativo secco, diretto, quasi violento nella sua immediatezza. Non è “vai via” ma “vattene” – in napoletano suona ancora più forte, più definitivo. È un ordine che ci si dà, una decisione che deve essere presa con fermezza perché troppo facile tornare indietro, troppo facile cedere alla tentazione di restare.
Nella cultura napoletana, profondamente legata ai concetti di famiglia, radici, appartenenza, andarsene è sempre stato visto con ambivalenza. Si emigra per necessità economica, ma andarsene per salute emotiva, per liberarsi da situazioni tossiche, è una scelta che va contro certi valori tradizionali di fedeltà e resistenza. Petrix rompe con questa tradizione, rivendicando il diritto alla fuga salvifica.
L’Intro: La Saggezza dell’Andare
“Dat Boi Dee, cianno mparato a restà, ma tu a sapè quanno tene aì” (Ci hanno insegnato a restare, ma devi sapere quando devi andare).
L’intro stabilisce immediatamente la tesi del brano: ci hanno educati alla resistenza, alla permanenza, al “tieni duro”, ma nessuno ci ha mai insegnato quando è il momento di mollare, di andarsene, di salvare se stessi. È una critica a una certa retorica della resilienza che diventa tossica quando ci tiene legati a situazioni che ci distruggono.
C’è una saggezza profonda in questo riconoscimento: saper andarsene al momento giusto è importante quanto saper resistere. Anzi, a volte è più difficile, più coraggioso, più necessario. Ma nessuno ce lo insegna perché culturalmente siamo programmati per restare, per combattere, per non arrenderci mai.
La Prima Strofa: La Prigione Scelta
“Riceno ‘Stringi i rient e vai annanz’, maggio fidato re persone sbagliate” (Dicono ‘Stringi i denti e vai avanti’, mi sono fidato delle persone sbagliate).
Il brano si apre con il consiglio tradizionale – stringi i denti, resisti, vai avanti – ma immediatamente lo decostruisce mostrando le conseguenze di averlo seguito: fidarsi delle persone sbagliate, restare in situazioni dannose per fedeltà o testardaggine.
“E mo sto ncatenato co chi non mi vò bene, penso a sta casa come a na prigione” (E adesso sto incatenato con chi non mi vuole bene, penso a questa casa come a una prigione).
L’immagine della casa-prigione è potentissima. La casa, nella cultura napoletana e mediterranea in generale, è il luogo sacro per eccellenza: sicurezza, calore, appartenenza. Trasformarla in prigione significa che qualcosa si è rotto profondamente, che ciò che doveva proteggere ora opprime, che le radici sono diventate catene.
Essere “incatenati con chi non ci vuole bene” descrive perfettamente la dinamica di certe relazioni tossiche – familiari, sentimentali, amicali – dove si resta non per amore o benessere ma per obbligo, paura, senso del dovere, inerzia.
Le Scelte Che Affogano
“Certe scelte non ti salvano t’affogano, certi posti non so case so tombe” (Certe scelte non ti salvano ti affogano, certi posti non sono case sono tombe).
Questi versi sono di una chiarezza brutale. Non tutte le scelte di restare sono atti di coraggio o fedeltà: alcune sono suicidi lenti, annegamenti graduali. E non tutti i luoghi dove viviamo sono vivi: alcuni sono cimiteri emotivi dove seppelliamo noi stessi un pezzo alla volta.
La metafora della tomba è forte: non solo non cresci, non solo soffri, ma muori – muore la tua vitalità, la tua autenticità, la tua capacità di gioia. Restare diventa equivalente a morire, e andarsene diventa l’unica forma di resurrezione possibile.
“E noi ci restammo pe paura e sbaglià nata vot” (E noi ci restiamo per paura di sbagliare un’altra volta).
Qui Petrix tocca il cuore del problema: non si resta perché le cose vanno bene, si resta per paura. Paura del cambiamento, paura di commettere un altro errore, paura dell’ignoto. È una forma di paralisi decisionale dove la paura di fare una scelta sbagliata ci tiene intrappolati in una situazione che sappiamo essere sbagliata.
Il Pre-Ritornello: L’Impossibilità di Guarire
“Si non vonno capì addò non può rinasce non può trovà a pace e tu può perde l’anima” (Se non vuoi capire dove non puoi rinascere non puoi trovare la pace e puoi perdere l’anima).
Questo passaggio introduce un concetto fondamentale: ci sono luoghi, situazioni, relazioni dove non è possibile rinascere. Non è questione di impegno o volontà: semplicemente, certi ambienti sono tossici per natura e non permettono la crescita. Restare lì significa perdere non solo la pace ma l’anima stessa – la propria essenza, la propria identità.
“Vattenne e gira e spalle, cerca e non ti votà” (Vattene e gira le spalle, cerca di non voltarti).
L’imperativo è seguito dall’istruzione: non solo andare via, ma girare le spalle – un gesto definitivo, quasi violento – e soprattutto non voltarsi. Come nella storia biblica di Lot e la moglie trasformata in statua di sale per essersi voltata a guardare Sodoma, voltarsi indietro può pietrificare, può bloccare il cammino verso la libertà.
Il Ritornello: La Domanda Retorica
“Ma come puó guarì addò ti si ferito, tu mò non può volà si riesti ncatenato” (Ma come puoi guarire dove ti sei ferito, tu adesso non puoi volare se resti incatenato).
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Il ritornello è costruito su due domande retoriche che sono in realtà verità incontrovertibili. Non puoi guarire nella stessa situazione che ti ha ferito – è logicamente, emotivamente, psicologicamente impossibile. È come pretendere di curare un’ustione restando nel fuoco.
La metafora del volo impedito dalle catene è classica ma efficace: abbiamo potenziale, abbiamo ali, potremmo volare, ma le catene – rappresentate da relazioni, luoghi, situazioni tossiche – ci tengono a terra. La libertà non è solo emotiva ma quasi fisica: è la capacità di movimento, di espansione, di crescita.
La Seconda Strofa: Il Consumarsi Lento
“A vita si consuma e non si rire chiù, nasconno ste ferite pe non e fa verè” (La vita si consuma e non si ride più, nascondo queste ferite per non farle vedere).
Questa strofa, breve ma devastante, descrive il costo del restare: la vita che si consuma senza essere vissuta, la perdita della gioia (non si ride più), la necessità di nascondere le ferite per mantenere la facciata, per non ammettere a se stessi e agli altri quanto si sta male.
C’è qualcosa di tragicamente italiano, e specialmente napoletano, in questo nascondere le ferite: la cultura del “faccia bella”, del non mostrare debolezza, del soffrire in silenzio. Petrix denuncia questa dinamica mostrando quanto sia distruttiva, quanto impedisca la guarigione.
Il Bridge: La Vera Forza
“A forza non a vote non è a restà è a trova o coraggio e cercà e rice basta si o munno non capisce” (La forza a volte non è restare è trovare il coraggio di cercare e dire basta se il mondo non capisce).
Il bridge è il momento di massima chiarezza del brano, quasi un manifesto. Petrix rovescia completamente la narrazione tradizionale: la vera forza non sta nel resistere a ogni costo ma nel riconoscere quando è il momento di andarsene. Il coraggio non è quello di sopportare ma quello di dire basta.
E questo deve essere fatto “si o munno non capisce” (anche se il mondo non capisce) – riconoscendo che questa scelta potrebbe essere giudicata, fraintesa, condannata da chi sta fuori. La società, la famiglia, gli amici potrebbero non capire, potrebbero accusarti di debolezza, di abbandono, di egoismo. Ma la tua salute mentale, la tua sopravvivenza emotiva vale più del giudizio altrui.
L’Outro: L’Amore Verso Se Stessi
“Nisciuno ti rice quanno te ne ì, ma mo capisco che è amore verso e te, vattenne e nasci nata vot” (Nessuno ti dice quando te ne vai, ma adesso capisco che è amore verso te stesso, vattene e nasci un’altra volta).
L’outro porta la risoluzione emotiva e concettuale del brano. Andarsene non è egoismo ma “amore verso te stesso” – è forse la forma più alta di amore, quella che richiede più coraggio perché va contro tutto ciò che ci hanno insegnato sul sacrificio, la dedizione, la fedeltà.
“Nasci nata vot” (nasci un’altra volta) è l’immagine finale: andarsene è rinascere, è dare a se stessi una seconda possibilità, è permettere una nuova vita. Non è una fine ma un nuovo inizio, non è una sconfitta ma una liberazione.
Il Contrasto con “Torno Semp”
È impossibile non notare il contrasto tra “Vattenne” e “Torno Semp”. Nei due brani Petrix esplora i due poli opposti dell’esperienza relazionale: l’impossibilità di andarsene e la necessità di farlo. Non sono contraddittori ma complementari: descrivono il conflitto interiore che molti vivono, l’oscillazione tra il bisogno di restare (per amore, paura, abitudine) e il bisogno di andare (per sopravvivenza, crescita, salute).
Insieme, i due brani formano un dittico completo sull’esperienza delle relazioni difficili, mostrando la complessità e l’ambivalenza che caratterizzano queste situazioni.
Una Tematica Controcorrente
In un panorama musicale, specialmente quello della canzone napoletana tradizionale e moderna, che tende a celebrare la fedeltà, la resistenza, il restare a ogni costo, “Vattenne” è controcorrente. Celebra la fuga, l’abbandono, il mettere se stessi al primo posto – valori che nella cultura tradizionale potrebbero essere visti come egoistici o deboli.
Ma Petrix sta parlando a una generazione che sta ridefinendo questi concetti, che ha più consapevolezza psicologica, che ha scoperto termini come “relazione tossica”, “confini sani”, “amore proprio”. È un brano per chi ha imparato che a volte la cosa più amorevole che puoi fare – per te e paradossalmente anche per gli altri – è andartene.
Il Messaggio di Salute Mentale
“Vattenne” è anche, implicitamente, un brano sulla salute mentale. Riconosce che restare in ambienti tossici ha conseguenze psicologiche devastanti (“perdi l’anima”, “non puoi rinascere”, “la vita si consuma”), e che andarsene non è debolezza ma un atto necessario di auto-preservazione.
In un contesto culturale dove la salute mentale è stata a lungo stigmatizzata o ignorata, dove si è sempre privilegiato il dovere sul benessere personale, questo messaggio è rivoluzionario. Petrix sta dicendo: la tua salute mentale conta, il tuo benessere emotivo è importante, hai il diritto di salvare te stesso.
Conclusione: L’Inno dei Liberati
“Vattenne” è un inno per tutti coloro che hanno trovato il coraggio di andarsene: da relazioni tossiche, da famiglie disfunzionali, da ambienti lavorativi oppressivi, da città che soffocano, da qualsiasi situazione che impedisce di respirare, crescere, vivere.
È un brano che dà permesso: permesso di andare, permesso di mettere se stessi al primo posto, permesso di riconoscere che a volte la cosa più forte che puoi fare è mollare. Non è un incoraggiamento alla fuga dalle responsabilità o dalle difficoltà normali della vita, ma un riconoscimento che esistono situazioni dove restare equivale a morire lentamente.
Mario Petrix, con questo brano, dimostra una maturità artistica e umana notevole. Non offre risposte facili o consolazioni a buon mercato, ma una verità difficile: a volte, per amore verso te stesso, devi andartene. E va bene così.
Ascolto consigliato: Quando stai considerando di lasciare una situazione tossica ma hai paura, quando ti senti in colpa per voler mettere te stesso al primo posto, quando hai bisogno di conferma che andartene non è un atto di egoismo ma di sopravvivenza. Questo brano potrebbe darti il coraggio che ti manca.